Zanzibar

27 Settembre / 06 Ottobre 2014

(Per chi ha fretta di leggere tutto, veda direttamente i ‘tips’ in “Idee e Consigli”)

A dire il vero per Settembre avevamo pensato di andare in crociera sul Nilo, ma il caso ha voluto che quest’anno fossi finita a lavorare per un tour operator specializzato sull’Africa equatoriale ed australe, quindi, perchè non sfruttare questa possibilità ? Dato che avevamo già fatto un bel tour itinerante in Malesia a Gennaio, l’idea era quella di fare una settimana prevalentemente di mare e, considerato che per me destinazioni come il Kenya, per quanto abbiano un bel mare, sono da visitare per altri aspetti decisamente più interessanti, la scelta è caduta su Zanzibar (o meglio su Unguja, visto che, in realtà, Zanzibar è il nome dell’arcipelago). Piuttosto che una struttura a Nungwi, la zona più commerciale e turisticamente popolata dell’isola, abbiamo optato per il Karafuu Beach Resort & Spa, nella penisola di Michamvi sulla costa est, sfidando le dicerie che spesso descrivono questa parte dell’isola come piena di alghe e con un fenomeno di marea troppo forte. Non ci era possibile scendere con un volo charter, perchè avevamo il periodo sabato/sabato, mentre Meridiana e Neos volano da Milano di martedì. A Maggio, quindi, prenotiamo un volo Ethiopian Airlines via Addis Abeba che ci è costato 700 € a testa, tasse incluse.

(per la recensione dell’hotel vai alla sezione ‘Alberghi, B&B and co.’)

SABATO 27

A differenza del solito, questa volta abbiamo un volo notturno. Partenza da Malpensa ore 21.15. Non avevo prenotato il Green Parking come al solito, perchè, come agente di viaggio, avevo delle agevolazioni col Park to Fly, ma in caso contrario, continuo sempre a consigliare il primo per via delle ottime tariffe. Il volo Ethiopian faceva scalo ad Addis Abeba, peccato che solo alla fine abbiamo scoperto che ogni tratta avrebbe previsto anche degli scali tecnici di un’ora, quindi il volo è stato: Milano / Roma – Roma / Addis – Addis / Dar Es Salaam – Dar / Zanzibar. Andata fino ad Addis con un aeromobile che aveva le classiche 2 file a 3 posti come i voli europei…per altro pienissimo….comodo per dormire.

DOMENICA 28

Lo scalo è stato un po’ noioso, perchè ci hanno fatto passare direttamente nella zona dei gate dove non c’erano punti di ristoro o altro…meno male che x 4 ore di scalo c’erano almeno i bagni. Rischio pure di sbagliarmi e di finire ad Arusha se il mio moroso non si fosse accorto che sul biglietto il numero del volo era diverso. Seconda parte del volo con un boeing 767-300: decisamente più comodo….peccato per gli schermini non funzionanti.

Arriviamo in orario a Zanzibar alle 15.10. Era un po’ che non scendevo in Africa e mi ero dimenticata del pratico ritiro bagagli, dove in una parte dell’area ‘arrivi’ questi ultimi venivano ammassati a caso e bisognava farsi largo per arrivare a recuperarli di persona prima che ci battesse sul tempo un gentilissimo “addetto” che poi ci avrebbe chiesto la mancia. Controlli effettuati con regolarità (ci hanno chiesto anche di esibire il tesserino della vaccinazione contro la febbre gialla….per fortuna che avevo deciso di rinnovarla !!) e visto di 50.00 $ acquistato in loco: volando con Ethiopian le tasse di uscita erano già incluse nel biglietto. In genere chi vola con charter deve pagare una tassa di uscita di altrettanti 50.00 $.

All’uscita ci attendeva un addetto del Karafuu Beach Resort che ci ha condotto ad un bel pullmino da 8 posti, riservato solo a noi con cui abbiamo effettuato il transfer: l’aeroporto di Zanzibar si trova abbastanza vicino a Stone Town sulla costa ovest. E’ stato quindi necessario attraversare l’isola trasversalmente  fino alla costa est. Il viaggio è durato un’ora e ci ha dato la possibilità di avere un’idea della vita dell’isola, prima di rinchiuderci nel bozzolo dorato del resort: case fatte di lamiera, mattoni a vista o addirittura fango; animali da cortile che vagavano tranquillamente sulla strada e ragazzini a piedi nudi che salutavano ogni pullmino turistico che passava. Ho notato anche diversi camion stracarichi di rocce grezze che mi hanno incuriosito e di cui mi sarebbe stato spiegato l’utilizzo qualche giorno dopo.

All’arrivo ci accoglie il capo ricevimento che ci offre un drink e ci spiega quali sono le varie possibilità  di intrattenimento in hotel e la formula all inclusive. Depositate le valigie in camera, ci mettiamo subito a perlustrare la zona, dato che la struttura si sviluppa su un’area davvero ampia. La spiaggia sembrava molto pulita e abbiamo notato che la zona con i lettini era posta su una parte rialzata, separata da un muretto: questo per impedire ai beach boys di dare fastidio ai clienti che riposano. Appena però mettiamo piede sul bagnasciuga ecco che ne spuntano tre. Ora: io avevo intenzione di fare delle escursioni e so per esperienza che acquistandole dai beach boys si può trattare sul prezzo e risparmiare rispetto alle escursioni fornite dall’hotel. Certo: magari poi i pullmini usati non sono così nuovi e le guide parlano italiano sbagliando i tempi dei verbi, ma personalmente, se quello che mi viene detto è esauriente e mi fanno visitare quello che voglio io, per me è sufficiente.  C’è anche chi mi ha detto che i beach boys sono personaggi che fanno questo lavoro di ripego perchè non ben accetti alle assunzioni negli hotels, ma se non ‘fregano’ me, la cosa non mi tocca. Tornando a noi: vengo avvicinata da Mosé, che parlava italiano meglio di me, e attacca proponendomi 1000 gite. Gli dico che sono appena arrivata, ma che il giorno successivo avrei concordato con lui un paio di escursioni. A tutti quelli che invece cercavano di vendermi qualcosa ho risposto che avrei comprato i souvenir solo l’ultimo giorno e che quindi al momento non dovevano insistere…pare abbia funzionato…almeno parzialmente: il problema era che ne spuntava uno nuovo tutti i giorni.

Ormai sono le 17.30 e il sole comincia a calare. Andiamo quindi al bar per sperimentare i cocktail compresi nell’all inclusive….un’ora dopo ci dirigevamo verso il bungalow con passo malfermo. Cena sperimentata nel ristorante principale a buffet e poi a letto, cotti come poche volte.

LUNEDI’ 29 & MARTEDI’ 30

Abbiamo trascorso le prime due giornate facendo la classica vita di mare: sveglia comunque presto, ricca colazione  e poi spiaggiamento “balena style” su un lettino o su uno di quei magnifici materassi a una piazza e mezzo appesi tipo dondolo, perfetti per non fare nulla 24 h su 24.

Abbiamo cominciato a notare il fenomeno della marea dal secondo giorno: il pomeriggio in cui siamo arrivati, questa stava risalendo, quindi è stato abbastanza ovvio trovare la bassa marea al mattino. Era talmente bassa che il fondale era emerso per almeno 50/60 metri verso l’orizzonte. Di fronte alla spiaggia del Karafuu però, è stata gettata una passerella di cemento in modo che, anche con la bassa marea e senza uso di scarpette, fosse possibile arrivare nella zona in cui l’acqua era più alta e, di conseguenza, fare il bagno. Quello che ho trovato strano è che mi aspettavo di avere una settimana di basse maree al mattino e conseguente acqua alta al pomeriggio,  invece l’alternarsi era così veloce che a metà settimana avevamo acqua alta al mattino che all’ora di pranzo già si ritirava. Quello che invece non calava mai era la brillanIMG_1050tezza dei colori dell’acqua. Ho visto diverse zone del mondo in cui l’acqua del mare è blu intenso o azzurra o trasparente come poche altre, ma ammetto che un colore turchese da sembrare quasi fluorescente non mi era ancora capitato. Quello, e il fatto che, grazie ai banchi di sabbia che si alternano con fondale roccioso, il verde, il blu e l’azzurro varino in modo così repentino con una sola occhiata.

Per pranzo facevamo in genere sosta nel ristorante principale che proponeva dei light lunch e panini, mentre la sera cambiavamo ogni volta. Il primo giorno abbiamo sperimentato una cena Maasai nel piccolo villaggio ricostruito ai margini del resort, dove oltre alle portate a buffet tipicamente africane (fondamentalmente carne e pesce alla griglia  e del ‘verdurame’ che non ho identificato in quanto non sono amante del genere), un gruppo di masai,IMG_0917 che normalmente svolgono un ruolo di vigilanza all’interno della struttura, ha presentato una serie di danze tipiche accompagnate da suoni gutturali che fungevano da musica e dove in quasi tutte si esibivano saltando a piedi pari davvero in alto. Ok, è stata la cena più turistica e meno apprezzata della settimana. La seconda sera invece avevamo prenotato nel ristorante à la carte sempre incluso nella formula all inclusive e situato nella zona più nuova del resort.

MERCOLEDI’ 01

Il lunedì prima avevo rivisto Mosé e avevo concordato con lui 2 escursioni: una alla città di Stone Town , che avrebbe incluso il tour delle spezie e una per nuotare coi delfini e vedere le scimmie della foresta di Jozani (abbiamo speso 60 USD a testa per ogni escursione – ho scoperto nei giorni successivi che le escursioni organizzate dall’hotel prevedevano piccoli gruppi da 8/10 persone, mentre nel nostro caso era tutto in esclusiva…un’altro vantaggio della prenotazione coi beach boys).

Oggi era il giorno dedicato alla parte vecchia della capitale: Stone Town. Ci era stato chiesto solo un acconto, perchè garantivano il ‘soddisfatti o rimborsati’ col saldo alla fine del tour. Avevamo appuntamento alle 08.00 appena fuori dai cancelli del resort. Qui bisogna capire che appena si oltrepassava la sbarra di ingresso si veniva investiti in pieno dal terzo mondo. Usciamo circospetti (e ammetto anche dubbiosi sulla puntualità dei nostri accompagnatori), ma dopo pochissimi minuti vediamo spuntare Mosé accompagnato da quella che sarebbe stata la nostra guida per quel giorno: Maulid (lui si faceva chiamare James Bond, perchè in genere i turisti se lo ricordano meglio, ma io preferisco ricordarmelo col suo vero nome).

Partiamo quindi in pullmino privato alla volta della capitale. Lungo il tragitto Maulid ci dà delle informazioni generali dell’isola e cenni di vita quotidiana: il suo villaggio ad esempio, era poco distante dal Karafuu e da loro non c’era acqua corrente, ma il pozzo. Mi viene spiegato anche l’utilizzo di quei furgoni che avevo visto carichi di rocce: vengono acquistati in blocco dai locali che si costruiscono casa da soli. I meno abbienti si accontentano di costruire impalcature di bambù che vengono poi ricoperte di fango rosso, mentre chi può permettersi qualcosa di più, acquista questi camion contenenti rocce. Certo che per una piccola casa servono circa 4 camion che hanno un costo abbastanza elevato per i locali.

Prima di arrivare a Stone Town, ci fermiamo nella piantagioneIMG_0937 ‘Hakuna Matata‘ dove ci viene presentato Alessandro (non ho mai scoperto il suo vero nome), che con un bellissimo italiano con accento vagamente toscano, ci illustra tutte le piante e le spezie coltivate sull’isola: dai chiodi di garofano (karafuu appunto), di cui Zanzibar è uno dei maggiori esportatori (è addirittura monopolio di stato), alle noci moscate, che aperte fresche hanno un aspetto incredibile e viene usato come ‘viagra’ femminile  (contrapponendosi allo zenzero che viene definito il ‘telepass’ per gli uomini….noi lo definiremmo alzabandiera). E poi zafferano,IMG_0946 curcuma, vaniglia e ylang ylang. La visita termina con la dimostrazione classica della raccolta di noci di cocco: viene usata una corda che tiene i piedi legati tra loro in modo che possano arrampicarsi sul tronco liscio utilizzando le braccia e i piedi uniti per darsi la spinta verso l’alto. Un assaggio di latte di cocco fresco, un  omaggio realizzato con foglie di palma intrecciate e poi si riparte.

Arrivati a Stone Town, facciamo la sosta pranzo prima di dedicarci alla visita del centro. Maulid ci porta al ristorante  (non incluso nel costo dell’escursione) e, mentre pranziamo ci sorprende anche un breve acquazzone. E’ al momento del conto che facciamo una brutta scoperta: avevamo preso dei dollari dall’Italia che venivano accettati al posto degli scellini locali, peccato che accettassero solo banconote dal 2000 in avanti e che noi avessimo la maggior parte del cash risalente circa al 1980. Questo ci ha creato parecchi problemi nei giorni successivi, perchè nemmeno le banche erano disposte a cambiarceli. Risultato ? Non ho comprato nessun souvenir a tutti quelli cui avevo promesso di farlo e sono tornata a casa con 350 USD.

Dopo pranzo partiamo con la passeggiata attraverso la città vecchia: è esattamente come me l’immaginavo: cadente a pezzi, sporca, disordinata, ma a suo modo affascinate con queste stradine strette su cui si affacciano dei portoni intagliati di pregevole fattura. Spesso il contrasto era lampante era sotto i nostri occIMG_0959hi: un portone in legno laccato nuovissimo che riprendeva lo stile di quelli antichi, e, poco più in alto, un groviglio di cavi elettrici che sembrava un gomitolo passato per le zampe del mio gatto. Ci siamo soffermati in particolare a visitare: la facciata della casa natale di Freddie Mercury, o almeno la presunta tale, che, ad oggi, ospita però un negozio di souvenir…vabeh; la chiesa anglicana di Cristo, sorta dove un tempo c’era la piazza in cui si svolgeva il mercato degli schiavi e che ospita ancora due celle in cui venivano radIMG_0976unati i poveri sventurati a decine, divisi tra maschi e femmine (ingresso di 5 USD a testa incluso nell’escursione). Nel cortile della chiesa si trova anche un monumento moderno a ricordo delle brutture avvenute in quest’area, mentre all’interno della chiesa c’è una croce scolpita nel legno dell’albero sotto cui è stato sepolto il cuore del grande esploratore David Livingstone. Proseguiamo col mercato di Darajani, allestito all’interno di una struttura coperta dalla forma a stella. Mi soffermo in particolare nella parte riservata al pesIMG_0978ce e alla carne, perchè avevo sentito dire che c’era un odore insopportabile ed una vista discretamente disgustosa: sarà…. forse perchè era pomeriggio e non c’era tanta merce, o forse perchè ho parlato con persone schizzinose, ma non ho trovato nulla di tutto questo. Terminiamo la visita sul porto sul quale si affacciano gli edifici più belli: la Casa delle meraviglie, un tempo residenza del sultanoIMG_0986 e poi sede del governo. Chiamata così perchè fu il primo edificio ad essere dotato di corrente elettrica ed ascensore. Ora ospita un museo che però, in quel momento era chiuso per restauro. Poco distante si trova il vecchio dispensario, un tempo ospedale e oggi centro culturale. Anche questo però era chiuso e abbiamo potuto passeggiare solo nel cortile interno. Passeggiamo fino ai giardini di Forodhani, che la sera ospitano un mercato gastronomicIMG_0988o ricco di bancarelle, e chiudiamo il tour con il forte arabo, a fianco del palazzo delle meraviglie, è una delle strutture più antiche (fu costruita dagli omaniti). Fu più che altro utilizzato come prigione e caserma. Alte mura merlate cingono un cortile che oggi ospita negozi di souvenir e un anfiteatro all’aperto.

Siamo rientrati verso le 18. Il tour ci è piaciuto e siamo rimasti davvero contenti di Maulid, che ha spiegato tutto in modo abbastanza esauriente e non ha mai cercato di tagliare la visita o dato cenni di impazienza se per caso ci soffermavamo presso una bancarella o un negozio. La sera abbiamo sperimentato il ristorante italiano: in genere non sono molto propensa a mangiare cucina italiana quando sono all’estero, ma in questo caso si trattava di uno dei ristoranti compresi nell’all inclusive ed ero curiosa. Sono rimasta piacevolmente sorpresa nell’assaggiare delle lasagne che, per essere in Africa, erano davvero buone !

GIOVEDI’ 02

Questa mattina sveglia alle 05.30 e niente colazione. Si partiva alle 06.00 per scendere fino a Kizimkazi, una località nella zona sud orientale dell’isola, famosa per i branchi di delfini facilissimi da avvistare nei pressi della costa. Allora: l’escursione veniva venduta come l’esperienza di nuoto con i delfini. Ammetto che avevo letto sulle guide che l’escursione  era una vera e propria trappola per turisti, ma ero troppo curiosa di capire come era possibile nuotare in mare aperto con questi mammiferi, al contrario di tante esperienze proposte in altre zone  che vengono effettuate all’inteIMG_0997rno di piscine artificiali. Molto bene, la realtà è che possiamo definirla la caccia al delfino più che la nuotata: partiamo su un motoscafo riservato a noi due, sempre accompagnati da Maulid, alla ricerca degli animali (permesso di navigazione nella riserva incluso nell’escursione). Vaghiamo una mezz’ora a caso finchè un pescatore ci dice che è stato avvistato un branco esattamente nell’area opposta a quella in cui ci trovavamo. Ci fiondiamo sul posto e vedo che ci sono già una dozzina di motoscafi. La procedura era quindi la seguente: bardarsi di pinne e maschera, rincorrere e superare il branco, tagliargli la strada col motoscafo e tuffarsi in direzione dei poveri animali che, ovviamente, ti evitano (no…non vengono a giocare con te), inabissandosi. Hai quindi questi 4/5 secondi di tempo per vederli sotto di te prima che fuggano.  E’ bello comunque vederli così da vicino, almeno per me che non ho ancora provato una di quelle esperienze, diciamo guidate in piscina. Peccato che passati i 5 secondi di stupore, se uno degli altri motoscafi non ti è arrivato in testa devi, toglierti l’attrezzatura, risalire in barca e ripartire all’inseguimento. Dopo 4 volte sei morto. Noi eravamo dotati di camera subacquea quindi potete avere un’idea di quello che si riesce a vedere (v. video nella sezione ‘Foto e Video’).

Rientriamo a riva dopo circa 2 ore e mezza totIMG_1006ali. Prima di riaccompagnarci in hotel, facciamo sosta alla foresta di Jozani: si tratta dell’unico parco nazionale  dell’isola, ampio non più di 50 km2. L’importanza della riserva rimane nell’ospitare una colonia di circa 500 colobi rossi, scimmie endemiche dell’isola (ingresso al parco incluso nell’escursione). Una guida ci accompagna lungo un sentiero ben tracciato che porta dall’ingresso del parco in direzione della costa. Il tratto da percorrere a piedi è davvero breve, ma leggo all’ingresso che c’è anche la possibilità di seguire sentieri più lunghi anche individualmente. Per non perdere tempo però (stile ricerca dei delfini di quella mattina), la guida ci conduce subito dove si trovavano i colobi. Questi primati, abituati alla costante presenza di visitatori si trovavano sui rami pi bassi degli alberi ad altezza occhi e ad una distanza di pochi centimIMG_1033etri. Alcuni cuccioli giocavano incoscientemente tra i nostri piedi, ogni tanto aggrappandosi ai calzettoni. L’impressione è più quella di uno zoo safari che di una riserva naturale, ma vedere degli animali da vicino è sempre una bella esperienza. La passeggiata si conclude poi su una passerella che si inoltra in una piccola foresta di mangrovie. Qui è possibile avvistare tra le radici fangose, granchi e altri piccoli molluschi rintanati nella melma.

Arriviamo al resort verso le 13.00 in tempo per il  pranzo. Pomeriggio di relax e serata nuovamente al ristorante italiano (si, mi vergogno molto), perchè questa volta dovevamo sperimentare la pizza. Chiudiamo la serata nel bar dell’hotel con un profumatissimo narghilè alla menta.

VENERDI’ 03 & SABATO 04

Il venerdì è stata un’altra giornata di totale relax salvo che per una passeggiata sul bagnasciuga fino al ristorante The Rock, dove abbiamo prenotato la cena della sera successiva con tanto di taxi che ci sarebbe venuto a prendere direttamente in hotel. Ho approfittato della giornata per sperimentare la spa della struttura e farmi fare un massaggio rilassante. Sempre in vena di sperimentazioni quella sera abbiamo provato il ristorante à la carte ‘Le Grand Bleu’ (l’unico non compreso nell’all inclusive) con una superba cena a base di pesce: carpaccio di polipo, gamberi fritti e piatto di crostacei alla brace. E’ di sicuro un ristorante d’atmosfera, ma forse, dato che ha una vetrata a 360° sul mare si ha una vista migliore di giorno.

L’ultimo giorno abbiamo deciso di aggiungere una piccola escursione pomeridiana (sempre avvalendoci del nostro beach boy di fiducia per 20 USD a testa) per fare un po’ di snorkeling e vedere le stelle marine. Questa volta avevamo coinvolto anche un’altra coppia di simpatici ragazzi in viaggio di nozze incontrati in piscina. Ci ha accompagnato direttamente il fido Mosé: noi avevamo già l’attrezzatura da snorkeling, ma sarebbe stata comunque inclusa nel pacchetto. Ci spostiamo quindi di circa un paio di chilometri per raggiungere la zona migliore per lo snorkeling (che varia ovviamente in base alla marea). Attiriamo un po’ di pesci con del pane e ci tuffiamo: a differenza del tratto di mare davanti alla nostra spiaggia, che presentava sempre correnti tiepide, qui l’acqua era più fredda. Passiamo circa una mezz’ora, divertendoci a fare foto e video con la

camera subacquea. Il fondale non è male: ci sono alcune varietà di pesci colorati e la barriera presenta diversi  tipi di corallo. Sul fondale per lo più si possono avvistare ricci e grandi bivalve ricoperte di alghe. Forse facendo diving si avrebbe la possibilità di vedere qualcosa in più, ma ahimè non siamo amanti del genere.

Una volta risaliti, ci spostiamo in un’altra zona dove il fondale era per lo più sabbioso. Qui non c’era molto da vedere in quanto a pesci e coralli, ma siamo rimasti stupiti dalla quantità di stelle marine, alcune dal diametro di una ventina di centimetri. Ora, io avevo già visto delle stelle di mare (alle isole Cayman per esempio): in genere ti vengono indicate, ma è assolutamente vietato toccarle. Qui sono rimasta un po’ basita nel vedere che Mosè le prendeva in mano, e ce le mostrava fuori dall’acqua per poi lanciarle di nuovo sul

fondale tipo freesbee…..tornati in barca abbiamo scoperto che ne aveva raccolte una decina: da un lato sono anche stata contenta perchè ho potuto ammirare la varietà di colori che, fuori dall’acqua diventano anche più vividi, dall’altro continuavo a chiedermi cosa avrebbe detto un animalista.

Vabeh, fatte le nostre foto siamo rientrati alla base. Il tutto è durato circa 2 ore e mezza che sono state più che sufficienti per un’esperienza di questo tipo.

Quella sera poi dovevano venirci a prendere per andare a cena al The Rock. A dire il vero avrebbero dovuto chiamarci per darci riconferma, ma non si era sentito nessuno, quindi poco prima dell’ora stabilita ho chiamato io un paio di volte il ristorante che finalmente mi ha confermato che sarebbe arrivato qualcuno. Dopo 5 minuti c’era il taxi ad aspettarci. Purtroppo siamo arrivati a piedi al ristorante, perchè la marea aveva cambiato di nuovo orario e così non abbiamo potuto ammirare lo scoglio in mezzo al mare e raggiungerlo con la barca. L’interno era comunque molto d’atmosfera: mentre aspettavamo il nostro tavolo ci hanno fatto accomodare in veranda con un drink e ci hanno fornito il menu in modo da poter già scegliere cosa ordinare.  Io purtroppo non ho fatto una scelta felice a differenza del mio ragazzo, ma capita, e comunque valeva la pena di andarci solo per l’ambiente.

(Per la recensione del ristorante vedi la sezione “Cucina e Sapori”)

DOMENICA 05

E siamo quindi arrivati all’ultimo giorno. Il volo partiva alle 15.45 ed avevano previsto la nostra partenza dal resort per le 12.00. Volevamo quindi prendere ancora un po’ di sole, ma c’era davvero troppo vento quella mattina, quindi abbiamo finito di preparare le valigie e ammazzare il tempo giocando a biliardo. Una volta in aeroporto abbiamo compilato il classico form per la dogana, ma, come avevo già accennato all’inizio, non ci hanno chiesto le tasse di uscita che erano già incluse nella tariffa del biglietto Ethiopian. E’ stato il viaggio della fame, perchè ci erano rimasti solo i dollari ‘vecchi’ e non ci siamo potuti prendere niente né lì né in aeroporto ad Addis (oltretutto in quel caso non c’erano molte possibilità invitanti). Anche per il ritorno l’itinerario è stato Zanzibar/Arusha – Arusha/Addis – Addis/Roma – Roma/Malpensa @_@. Per fortuna nessun ritardo e nessuna valigia persa. Forse però è un itinerario che valuterei due volte una prossima volta nel caso di una vacanza di una settimana sola.

Devo dire di essere comunque rimasta soddisfatta. Mi piace fare soggiorni mare solo in posti dove si possono spendere intere giornate in relax senza il cruccio di perdersi così delle attrattive da visitare. Zanzibar è così: essendo Unguja un’isola di soli 85 km di lunghezza e larga 30, c’è la possibilità di visitare gli highlights dell’isola in una settimana senza rinunciare a trascorrere intere giornate sulla spiaggia. Non posso dire di essere stata in Tanzania, anche se l’arcipelago ne fa parte, perchè sappiamo che la Tanzania è tanto tanto altro (e mi è sembrato di capire che anche gli abitanti dell’isola non siano particolarmente felici di far parte di questa nazione, tant’è che pur affiggendo, come da prassi, la foto del presidente della Tanzania al muro, hanno sempre di fianco anche la foto del presidente dell’arcipelago che tutt’oggi gode di una certa autonomia).

Tornerò appena possibile quindi in Tanzania, per finire quello che ho cominciato qui e, nel frattempo, poter vivere del ricordo di questo mare dal turchese quasi fluorescente.

(per le foto più belle del viaggio, vedi “Foto & Video”)

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